2016: Grandi esperti di Social, ma “analfabeti” se si tratta di socialità?

2016: Grandi esperti di Social, ma “analfabeti” se si tratta di socialità?

Devo aggiornare immediatamente Instagram, e caricare la foto anche su Facebook! […] Alla fine oggi sei qualcuno solo se ricevi un certo numero di liiiikees, o hai un discreto numero di follooouuers…Cioè! La cosa è fondamentale! Io prima di ESSERE FAMOSA sui social addirittura non mi piacevo, eppure ero la stessa! NON MI PIACEVO PERCHÉ NON PIACEVO! o almeno credo…” 

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Illustrazione di Francesca Ghermandi, per Internazionale n.1144, 11 Marzo 2016

Sicuramente vi starete chiedendo da quale contesto tragicomico io abbia estrapolato queste parole, o starete pensando che esse sono frutto della mia straordinaria (#ModestiaTime) fantasia. Ebbene no. Mi spiace deludervi, ma posso garantirvi che sono state pronunciate da una ragazza reale, che come gran parte di noi va in università, studia e ha una vita che potremmo definire “normale”. Per quanto riguarda i concetti che esprime, ecco, sulla “normalità” di quelli personalmente avrei qualche riserva, anche se in fondo rivelano una grande verità. Ora, è vero che Milano – oltre a tantissime cose incredibili e bellissime – offre anche un discreto numero di “disagiati” e personaggi che vivono secondo queste affascinanti filosofie di vita, questo ve lo concedo🙂. Ma non nascondiamoci dietro a un dito, suvvia. Tutti noi – chi più, chi meno, e sicuramente in maniera meno “estremistica” – basiamo gran parte della nostra vita “quotidiana” sulla vita “social”, al punto che, in molti casi, non si capisce se sia la seconda a dipendere dalla prima, o viceversa.

Tutti noi basiamo gran parte della nostra vita “quotidiana” sulla vita “social”, al punto che, in molti casi, non si capisce se sia la seconda a dipendere dalla prima, o viceversa

Basti pensare a quanto siamo diventati dipendenti dagli smartphones. Non solo chiamate, messaggi, “WhatsAppate”, e chi più ne ha più ne metta. Ormai ogni pausa, ogni tragitto sui mezzi pubblici, ogni minuto di interruzione in aula o al lavoro è l’occasione propizia per entrare sui social media, su Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat & company. Uno sale sulla metro per rientrare a casa e si trova davanti a decine di persone con lo sguardo chino sull’iPhone, intente a leggere sulle vite altrui, aggiornarsi su di esse e aggiornare gli altri sulle proprie, condividendo pensieri, immagini, links e post: non importa il genere, l’importante è sbandierarevirtualmente al mondo cosa si è fatto o cosa in quel preciso istante ci sta frullando in testa. Come ha detto il mitico Crozza recentemente, “sembriamo tanti Enrico Mentana durante la maratona televisiva”: sguardo fisso e concentrato, subito nervosi se qualcuno ci disturba e fa andare diversamente la nostra attività. Nonostante tutto, sembrerebbe non esserci (ancora) nulla di particolarmente negativo. Se non fosse che tutto questo ci sta portando, da un lato, a perdere quella sana e reale empatia nei confronti di chi ci sta accanto “fisicamente”, e dall’altro a fondare la nostra esistenza sull’approvazione – e quindi l’empatia – di chi ci segue sui social e magari nemmeno sa chi siamo o non siamo. A momenti, è come se avessimo bisogno di una notifica online per accorgerci di quello che ci capita attorno, a due palmi dal naso. Per caso stiamo diventando grandi esperti di social, ma “analfabeti” se si tratta di socialità?

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Tipica “scena” da metropolitana

Tutto questo ci sta portando, da un lato, a perdere quella sana e reale empatia nei confronti di chi ci sta accanto “fisicamente”, e dall’altro a fondare la nostra esistenza sull’approvazione – e quindi l’empatia – di chi ci segue sui social e magari nemmeno sa chi siamo o non siamo. Per caso stiamo diventando grandi esperti di social, ma “analfabeti” se si tratta di socialità ?

Questo fenomeno – che via via sta diventando sempre più un problema – è divenuto vero e proprio oggetto di studio e riflessione. Interessanti al riguardo sono, ad esempio, gli scritti di Sherry Turkle (sherryturkle.com), docente di Social Studies of Science and Technology, ambito di cui si occupa al MIT. Ebbene, in particolar modo in Reclaiming Conversations (“Riprendiamoci la conversazione”), ma anche in Insieme ma soli, la Turkle si occupa proprio degli aspetti più problematici dei social networks e della telefonia mobile. Lo fa non essendo affatto contraria alla tecnologia, anzi. Ma avendo passato tutta la sua vita professionale a studiare i rapporti fra persone e computer, ha maturato l’opinione che questa nuova rivoluzione nella comunicazione sta deteriorando i rapporti umani. Il quadro descritto è familiare e desolante allo stesso tempo: genitori distratti al parco e a tavola, bambini frustrati perché non hanno l’attenzione esclusiva dei genitori, una cultura delle relazioni sentimentali in cui l’infinità delle scelte a disposizione fa venir meno qualsiasi capacità di impiego emotivo”. La radice del problema, secondo l’esperta, è l’incapacità dei ragazzi rapiti dallo smartphone di sviluppare un Io pienamente indipendente. “Dal momento che non imparano a stare da soli – scrive – perdono ogni capacità di empatia. Mentre è il saper stare da soli che ci permette di aprirci agli altri e di vederli come soggetti separati e indipendenti”. Incapaci di guardarci dentro, intrappolati nei nostri mondi virtuali, cerchiamo una fuga dalle difficoltà e sviluppiamo la sensibilità del “condivido, dunque sono”, costruendo la nostra identità in funzione degli altri. 

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La copertina di Reclaiming Conversations, e l’autrice, Sherry Turkle

Incapaci di guardarci dentro, intrappolati nei nostri mondi virtuali, cerchiamo una fuga dalle difficoltà e sviluppiamo la sensibilità del “condivido, dunque sono”, costruendo la nostra identità in funzione degli altri

Abbiamo iniziato a litigare “tramite messaggio”, quasi non siamo più in grado di fare una dichiarazione a quattrocchi o sostenere un colloquio perché, letteralmente, non siamo più abituati a parlare con le persone e a proporre concretamente e realmente noi stessi. Lo facciamo aggiornando la nostra immagine profilo, inserendo una nuova citazione, inviando un’immagine buffa su Snapchat. E facciamo sì che la nostra autostima e le nostre convinzioni crescano e si forgino in base ai commenti e ai pareri che otteniamo indietro: ecco quindi che il like ricevuto su Instagram da un’avvenente ragazza brasiliana per noi diventa molto più importante delle parole di una nostra cara amica, o di un familiare, che ci conoscono un tantino meglio e ci avevano sconsigliato di mettere quella ridicola foto fatta in bagno; ecco che, come diceva la mia “famosa” (e un po’ svampita) conoscente, passiamo “dal non piacerci perché non piacciamo”, all’accettarci perché gli altri ci accettano e ci “mipiacciano”.

Ora, personalmente credo che queste preoccupazioni siano abbastanza fondate. E non lo penso perché mi va di dar ragione a tutti i costi alla Turkle, o perché voglio demonizzare la tecnologia e i social networks, anzi. Dico così perché vedo gia da me, dal mio quotidiano, quanto siano importanti e quanto ricorra ad essi. Per dire: questo post lo condividerò sui social, la prossima volta che vedrò un qualcosa di particolarmente bello lo fotograferò per poi condividerlo ovunque, e potrei continuare a fare esempi del genere per ore. Proprio da questa consapevolezza nasce la volontà di trattare quest’argomento: perché in primis so quanto la cosa tocchi me, e perché sono fermamente convinto del fatto che si tratti di un qualcosa che ci riguarda tutti. Tuttavia, essendo un irriducibile e strenuo ottimista, confido anche nel fatto che avremo il buonsenso di tenere sotto controllo la tecnologia, riuscendo a “riprenderci la conversazione”, magari proprio partendo dall’ammettere quanto essa ci stia condizionando e prendendo pezzetti di vita reale. D’altronde, è vero che il “mondo virtuale” è molto utile e interessante, e che i likes spesso fanno un gran piacere (lo ammetto!), ma volete mettere a paragone con tutto questo il ridere e scherzare con qualcuna (a cui magari tu piaci, sul serio) davanti a un buon bicchiere di vino, eh? Il confronto non regge!  :D

(Spero di essere riuscito, almeno un minimo, a suscitare in voi le stesse domande e riflessioni che mi sono posto io!)😉 Saluti!

SS

PS: (Per la brasiliana, se mi leggi: ok, i tuoi likes mi fanno piacere, ma se ti va di fare un salto a Milano, io ti aspetto….)

Dai, festeggiamo. Ma cosa?

27 Marzo 2016. “Santa” Pasqua. Uova e sorprese da scartare, campane che suonano a festa ovunque, tavole imbandite e famiglie riunite attorno ad esse; sorrisi e risate a fare da contorno alle solite trecento portate che vanno mandate giù (se no le nonne e le mamme chi le sente?). Solitamente adoro e mi godo le giornate come questa: le giornate di festa, di unione, quelle giornate fatte per stare buttati sul divano a ridere, mangiare e non pensare ad altro.

Tuttavia quest’anno è un po’ diverso. Mi sto sforzando, ci sto provando, ma per adesso non ho ancora trovato un motivo valido per essere contento, non dopo una settimana come quella appena passata, dopo questi giorni che puzzano di morte, sanno di lacrime, di sogni infranti e vite spezzate. Giorni in cui sono stato travolto da un senso di tristezza mista a rabbia: dentro di me ho pianto e gridato arrabbiato; ma fuori sono rimasto paralizzato, sentendomi troppo inerme e impotente. Ed è questa, secondo me, la cosa peggiore. Gira e rigira, dal più forte e coraggioso di noi al più fragile e vulnerabile, cosa siamo e cosa possiamo di fronte a tragici avvenimenti come quello dell’autobus uscito fuori strada in Spagna, o ad attentati terroristici come quelli di Istambul e Bruxelles? Siamo piccolissimi, nullità. Sono cose che fuggono da qualsiasi logica, non contemplate da nessun ragionamento razionale, filosofico o spirituale.

Non riesco ad essere contento, se penso a chi pochi giorni fa è morta al rientro da una serata esaltante, mentre era in Erasmus, durante un’esperienza che doveva essere tra le più belle della sua vita. Non è accettabile il pensiero di morire così: sei all’estero, fai quello che ti piace, la primavera è alle porte e sei nel pieno della “Primavera” della tua vita. Poi boom, tutto finito, è arrivato un gelo che ha poco a che fare con il tuo sbocciare, un gelo che spegne il tuo sorriso per sempre. No, così non vale. Quante cose c’erano ancora da fare, da dire, amori da confessare, baci da dare? Tutto perso, sul ciglio di un’autostrada sperduta del mondo.

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“Si prega in un silenzio doloroso, si cercano risposte”

Come gioire, se penso a una coppia in fila in aeroporto, pronta a partire per un sogno – un viaggio d’amore tanto atteso e voluto – che è esploso, insieme alle vetrate di Zaventem. O a quei turisti che giravano tranquilli per Beyoglu o per Sultanahmet, a Istanbul, e che sono saltati in aria senza nemmeno accorgersi di cosa stesse succedendo. Pensateci: uno si sveglia la mattina, prova ad affrontare tutte le solite rotture quotidiane con tenacia, buona volontà. E poi niente, arriva chi decide di spazzarti via tutto; sogni ed esistenze che si spezzano e disintegrano come la carne di chi è stato investito dalla follia omicida dei soliti terroristi. E noi oggi passiamo il tempo a sbuffare perché boh, l’arrosto non ci aggrada più di tanto?

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La foto-simbolo degli attentati del 22 Marzo, a Bruxelles

Davvero, seriamente. Non vorrei essere pesante, ma se ogni mattina dovessi pensare a tutte queste cose comincerei a non uscire più di casa. Che motivi ci restano per andare avanti? Per festeggiare? Che cosa può farci andare oltre? Ma sopratutto, come posso affrontare questo pranzo pasquale senza sembrare uno che è stato condannato alla ghigliottina?:/

Ecco, dopo un discreto viaggio mentale, forse ho trovato un motivo valido per essere contenti e gioire ANCHE di fronte a questi avvenimenti. Ho infatti una convinzione che si rafforza ogni qualvolta accadono queste cose. Dopo che passa la rabbia e la tristezza, dopo che passa quel senso di impotenza e rassegnazione, si fa spazio la consapevolezza di esserci, la voglia di voler lottare e di non volere sprecare nemmeno un attimo di questa vita così imprevedibile e travolgente, in tutti i sensi. Oggi ci siamo, domani non più. E questa non è solo una frase fatta da inserire in mezzo a discorsi esistenziali che si fanno aspettando dal medico, quei discorsi che non si sanno mai mandare avanti, o chiudere del tutto. Questa è la realtà – cruda, forse spaventosa – ma vera. Quindi dico a me stesso, e a voi: viviamo, amiamo, ridiamo e non abbiamo paura di essere felici o di rischiare tutto nel tentativo di esserlo. Gioiamo oggi, gioiamo sempre, anche per chi non può più farlo – anzi, tenendo proprio a mente quelle vite e quei sogni prematuramente stroncati. Scartiamo la vita con quella foga con cui oggi scarteremo le uova di cioccolato e ci abbufferemo, senza vergogna, fregandocene di tutto e tutti. E non facciamoci paralizzare dalla paura; viviamo sì consapevoli, ma liberi, non immobilizzati dal panico: vivere così sarebbe come morire.

Quindi, alla domanda: “Che motivi abbiamo, oggi, per festeggiare?” adesso, IO, risponderei:

oggi, domani, sempre: festeggiamo LA VITA, vivendo

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L’alba di un nuovo giorno – Sardegna

E questo è anche l’augurio che vi faccio: festeggiate, vivendo, la vostra vita (a partire da oggi :P) !

Buona Pasqua😉

SS

 

 

 

“Prova di presentazione”

Salve, mi chiamo Salvatore, ho 21 anni, studio…” no no, wait. Sembro un Alcolista Anonimo che prende parola durante la sua prima seduta. Ma dovevo aspettarmelo, sono pessimo quando si tratta di presentazioni.

Riproviamo.

Allora, partiamo con un bel CIAO. Molto più informale, distendente. D’altronde sono solo un “ragazzino” di 21 anni, dovrei evitare di darmi troppo un tono. E sono qui proprio per questo: rilassarmi, distendermi, districare il groviglio di pensieri che si attorcigliano nella mia mente. Qui per dar voce a quelle cose che cerco di mettere a tacere, nel goffo tentativo di “darmi un tono” e andare avanti imperturbabile.

Ecco perché ho chiamato questo spazio “ChaoSORder”. Con un gioco di parole che racchiude il mio cognome, ho unito insieme Ordine e Caos, perché qui voglio provare a trovare un ordine al mio caos, oppure, a trovare un caos nel mio ordine. Lo farò in modo semplice: scrivendo tutto quello che mi passa per la mente, condividendo esperienze, pareri, spaziando dalle cose più frivole ai pesantissimi discorsi sui quali giusto ogni tanto (quasi sempre) passo le nottate a scervellarmi. Insomma: vi sto proponendo un bel giro sulle montagne russe del mio Io. Cercate di apprezzarlo, anzi, ritenevi proprio fortunati😉

Mi pare di aver detto abbastanza, per ora; però ecco, un ultima cosa…voglio rassicurarvi: col tempo diventerò anche simpatico😀 adesso sono giusto un po’ emozionato, impacciato, suvvia! Ve l’ho detto che sono pessimo nel presentarmi …se no, facciamo che questa era una prova??

SS